L’abito…(non)…fa il monaco

La celebre espressione, carica nelle sue buone intenzioni, incoraggia a volgere lo sguardo su una dimensione interna. Un luogo in cui i valori superano ogni estetismo o mera adesione “alla moda”, un territorio non immediatamente accessibile ed al quale si può giungere attraverso “uno sforzo” necessario per superare “l’abito”.
Al tempo stesso, proprio in virtù dell’energia necessaria al superamento di ciò che è di facciata, il titolo sembra essere un monito, un invito a non fermarsi alle apparenze esterne.  Nonostante tutte le più ferree intenzioni, sembra che le cose non vadano propriamente in questo modo. Il tema può essere analizzato da varie angolature, tuttavia alla base dei processi si descriveranno c’è la necessità di economizzare energie, risparmiare risorse cognitive per poter – paradossalmente – funzionare al meglio nella quotidianità.
Se la nostra mente potesse per assurdo gestire tutte le informazioni in ingresso, la stessa risulterebbe saturata nelle sue funzioni. Per fare un esempio noto a molti, è un po’ come se – sul proprio computer – venissero aperte contemporaneamente varie applicazioni: nella migliore delle ipotesi, l’apparecchio elaborerà talmente lentamente da risultare decisamente disfunzionale.

La cognizione umana ha infatti una capacità limitata.
Perché allora risultiamo così efficaci nel muoverci all’interno delle nostre società? Per ovviare alle sollecitazioni, la nostra cognizione opera “dei restringimenti”, usa delle scorciatoie, agisce delle rapide approssimazioni “distorcendo” quindi le informazioni in ingresso. In questa sede ci si limiterà a descrivere ciò che viene descritto come primacy effect ed a tal proposito ci si servirà del seguente racconto:

“Luca uscì di casa al fine di acquistare alcuni articoli di cancelleria. In compagnia di due amici, comminò lungo la strada assolata godendosi il calore del sole. Entrato in una cartoleria gremita di clienti, si intrattenne con alcune persone, anche se le conosceva solo di vista. Appena uscito, incontrò un compagno di studi col quale si fermò a parlare. lungo il percorso, incontrò una ragazza che gli era stata presentata la sera prima: i due scambiarono qualche parola dopo di che, Luca s’incamminò verso l’università. Dopo la lezione Luca usci dall’aula solo e di diresse immediatamente verso casa. Il sole era ancora alto, ma Luca preferì percorrere il lato ombreggiato della strada. Vide venire, in direzione opposta, la ragazza carina che aveva conosciuto la sera prima, ma egli preferì attraversare la strada per entrare in un bar. L’esercizio era affollato di studenti sconosciuti, Luca attese tranquillamente l’arrivo del cameriere il quale prese il suo ordine. Si sedette in un tavolo laterale per consumare al sua bibita e, terminatala, tornò a casa”. – Tratto da un lavoro di Luchins, 1957

Il racconto è chiaramente composto di due parti in cui, nella prima, il protagonista pare piuttosto socievole, nella seconda sembra invece essere più schivo. Che tipo di impressione si formeranno le persone rispetto a Luca? L’autore di questo esperimento, (Luchins, 1957) trovò che il 78% di coloro i quali avevano letto tale raccontino, presentato esattamente come sopra esposto, ritenevano che il protagonista fosse una persona solare ed amichevole.  Tuttavia, invertendo le due parti, ovvero iniziando il racconto di Luca a partire dalla sua uscita dall’università, veniva a generarsi un’impressione decisamente diversa: in questo caso, solo il 18% dei rispondenti, percepì Luca come solare ed amichevole.

Come dare una spiegazione sulla formazione di due impressioni diametralmente opposte, a partire dagli stessi dati (il racconto proposto era sempre il medesimo, venivano solo invertiti i due periodi/tempi)?
In generale, i primi dati che cogliamo generano il massimo impatto sulle impressioni che ci forniamo (è questo il citato primacy effect). I primi elementi che vengono acquisiti, creano lo sfondo interpretativo sulla base del quale si dà significato alle successive informazioni. Tali elementi costituiscono una sorta di filtri capaci di “catturare” indizi ambientali in grado di confermare la prima impressione avuta. Avere “ragione” e “buon occhio” è infatti motivo di autostima la quale vuole essere conservata e, tendenzialmente, non smentita. In maniera semplicistica, ma non troppo, l’individuo “coglie” ciò che desidera confermare relativamente alle sue credenze. Cambiare il proprio punto di vista diventa infatti attività onerosa rispetto all’automatismo implicato nella conferma delle proprie impressioni. Al di là delle disquisizioni sin qui discusse, appaiono facilmente intuibili i vantaggi provenienti da tale consapevolezza (ovvero di alcuni meccanismi implicati nella formazione delle prime impressioni) e viene spiegata la difficoltà che incontriamo, specie negli ambienti lavorativi, nei soventi vani tentativi volti a produrre un cambio di opinioni nei propri riguardi. A ben vedere, tale acquisizione tutt’altro che ingenua, apre a sue applicazioni anche in ambito persuasivo di qualunque livello, fino a giungere a quello legale: quale delle due parti contendenti avrà maggiori possibilità di spostare l’impressione di un giudice…la prima chiamata ad esporre o la seconda? Pertanto, nonostante le più candide e moraleggianti opinioni…chi è che fa il monaco?

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